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Vivian Maier – Una fotografa resuscitata

Vivian Maier - mostra a Milano

Una mostra da vedere, a Milano fino al 31 gennaio 2016  dalle 11 alle 20, giovedì 12-23

Galleria Forma, Via Meravigli N° 5  MM1 Cordusio o Cairoli

 

Angelo Tondini illustrerà la mostra ad amici, allievi e appassionati venerdì 22 gennaio alle ore 18.

Si paga soltanto l’ingresso. Si prega di confermare. Numero chiuso.

 

I critici di fotografia, parlando di nuovi autori, di solito non ci azzeccano mai.

Articoli e presentazioni di mostre, cataloghi, brochure sono una insieme inutile di frasi astratte, indefinite e indefinibili, vuote e intellettualoidi, che giustificano la grande attualità e quindi la bellezza di qualsiasi opera.

Nel caso di Vivian Maier, fotografa americana totalmente sconosciuta, morta nel 2009 a 83 anni, i critici si sono salvati in corner: un’artista nuova, quasi casuale.

Impossibile intervistarla. Ma ci sono le sue opere in mostra dappertutto, anche a Milano, fino al 31 gennaio. Ormai è entrata nella Storia, in modo anche molto singolare.

Una critica negativa è praticamente assurda.

Magari in vita la Maier non avrebbe mai trovato a Chicago o a New York le due città dove ha sempre vissuto uno straccio di galleria disposta ad accoglierla, organizzando  una mostra delle sue opere, magari per venderne qualcuna.

Che credito si può dare a una donna di mezz’età, anonima, di mestiere tata, cioè governante di bambini o anziani, senza un curriculum, senza studi rilevanti o maestri famosi, senza aver mai pubblicato nulla, senza aver frequentato nemmeno un corso specifico?

Questa donna dall’aria candida e assente, si è aggirata per 40 anni nelle due metropoli americane, utilizzando pause, ritagli di tempo e qualche giornata di riposo per scattare 120.000 foto, prevalentemente in bianco/nero, e poi riporre tutto in uno scatolone, senza mai mostrare niente a nessuno.

Dopo la sua scomparsa, qualcuno degli eredi ha fatto vedere per caso le immagini a un gallerista, che ha intuito l’affare, comprando tutto, credo, per pochi dollari.

Adesso le opere di Vivian valgono una fortuna.

Sembra uno scherzo, una favola molto americana o il soggetto di un film biografico da produrre subito, magari scavando per sapere un po’ di più su questo personaggio straordinario.

Ho una simpatia istintiva per questa donna alta e robusta, mai vestita alla moda, senza un filo di trucco, con abiti e scarpe non belli, ma comodi, come un fotografo bravo desidera, per muoversi bene dappertutto, senza impedimenti di sorta, libera, ma sempre con un grande cappello in testa. E con la sua fedele, e pesante, Rolleiflex al collo, la migliore macchina di quel periodo, prima che arrivassero le Leica 24×36 con ottica intercambiabile.

Guardando la mostra e sfogliando il catalogo, entriamo nel mondo di Vivian.

Che non era affatto magico: semplicemente la realtà urbana, còlta in ogni sua forma: strade, parchi, negozi, gente, oggetti, insegne, artigiani, vetrine, edifici, strade, prospettive architettoniche, musei, dettagli, volti, situazioni, avvenimenti, coppie, animali, qualche personaggio famoso incontrato per caso, tram……

È un grande mosaico, il ritratto più completo mai visto in foto di Chicago e New York.

E’ forse uno dei primi grandi esempi di street photography negli Usa.

Qualcuno mi dirà che sono pazzo, ma non vedo in questa stupenda mostra una sola foto che mi faccia urlare. Ce ne sono di bellissime, ma nessuna straordinaria.

E’ l’insieme che colpisce. Un’opera lenta e corale, costruita giorno dopo giorno, durante decine di anni, con pazienza, assiduità, amore.

Oggi tutti fotografano tutto, con potentissimi mezzi digitali: supercamere, tablet, telefoni cellulari (e poi organizzano anche mostre!), ma il 99,99% delle immagini sono souvenir o spazzatura.

Fare una foto veramente bella non è facile. Ecco, Vivian aveva nel DNA questa dote, un caso rarissimo.

Dunque, oggi tutti vogliono lasciare il loro segno sul pianeta. Allora tutti a scrivere, dipingere, scolpire, disegnare, comporre musica e…fotografare. E giù mostre orrende, libri illeggibili, installazioni e interventi ridicoli, quadri da evitare.

Milioni di poeti scrivono versi la cui bruttezza e inutilità sfiorano il comico. Nessuno vuol più fare l’infermiere o il tecnico di laboratorio o l’artigiano. Tutti artisti, attori, cantanti, giornalisti. Altrimenti resta la comunicazione, le pubbliche relazioni o il personal shopper.

Vivian era una badante, con una grande passione che coltivava per se stessa. Oggi chi non riesce a entrare nei cosiddetti media, non esiste. E molti sono disposti a vendersi l’anima, e altro, per arrivarci.

Vivian fotografava per passione, per se stessa. Non desiderava apparire. Prima di andarsene ha messo tutte le foto in un contenitore e non ha lasciato istruzioni.

Oggi ha un motivo di più per essere amata, a parte le stupende fotografie. La sua normalità, la modestia, la passione mantenuta segreta fino alla fine, l’understatement, che è sempre meglio del contrario: sopravvalutarsi e coltivare un’autostima ipertrofica, in continua crescita.

Anche per questo, cara Vivian, ti diciamo grazie.

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